.10 Sei e quindici

19 marzo 2012 § Lascia un commento

“Linea undici. Agucchi.Bertalia”

Dalla stanza dove Luca è sdraiato si sente tutto, ogni rumore: le macchine che passano, il lamento del gatto che hanno portato dal veterinario aperto 24 ore, le chiacchiere delle persone ferme alla fermata che aspettano.

“Linea novanta. Piazza Cavour”

Ha gli occhi aperti, anche se la sveglia non è ancora suonata.

Sente Giorgio, il cinese del bar all’angolo, che apre la saracinesca e trascina le sedie fuori dal locale; sente il ronzio da moscone del lampione che illumina la strada e i due ragazzi che stanno chiacchierando sotto la finestra. 

Ieri sera ha fatto tardi, dopo aver riportato a casa la nonna si è fermato all’Amadeus.
Non gli piace quel locale, ma è l’unico in zona e non aveva voglia di rientrare subito a casa, così ha lasciato in macchina la borsa con la roba sporca e le posate e si è incamminato a piedi fino al PUB.

“Il tempo di un coca e rhum e un pretzel.”

Ha finito per rincasare all’una passata.

Ora la mattina ancora non si è fatta vedere e tra le stecche un po’ storte della tapparella filtra solo la luce bluastra delle insegne dei negozi ancora chiusi.

Si gira nel letto.

E’ una strana sensazione, il cervello non è per nulla intorpidito, come se avesse risposto ad un interruttore.
La levetta su ON e ha aperto gli occhi perfettamente sveglio.
Cerca il telefono sul comodino per controllare l’ora.
Le sei e quindici minuti, mancano più di due ore a quando dovrà alzarsi per andare in ufficio.
Sbuffa e sbatte la testa sul cuscino, spinge  la nuca con forza contro la federa, cerca di di farsi avvolgere e di ovattare i suoni,il silenzio magari lo farà riaddormentare, ma la sua testa è già altrove.

Gli impegni della giornata gli si svolgono davanti: l’ufficio alla mattina, la lavatrice con i pigiami  e, infine, dovrà passare a prendere, per l’ennesima volta, sua nonna.

Si gira ancora, gli occhi si sono abituati alla poca luce e ora riesce a distinguere gli oggetti della stanza.
I colori no, quelli ancora non arrivano.

“Nel buio il primo ad andarsene è il rosso.”

I pensieri gli piombano in testa senza preavviso.

Si alza a sedere infastidito, non vorrebbe essere così sveglio: la mattina di solito dorme fino all’ultimo secondo utile, stringendosi le ginocchia e fiaccando le palpebre per non aprirle.
Controlla di nuovo il telefono, le sei e trentuno, poi accende la luce e va in bagno.
Il gatto lo guarda dalla poltrona senza muoversi, infastidito da quel movimento inconsueto del suo padrone.

In piedi davanti al water continua a pensare, mentre piscia.

“Dovrei avere sonno, invece sembro fatto di Popper”

In realtà lo ha sniffato una sola volta, alcuni anni prima.
L’odore simile all’acqua ragia gli è entrato nelle narici e poi su fino al cervello, allargando i vasi sanguigni come per sturarli e lui è scoppiato a ridere, ipercosciente di tutto e tutti.

Ritorna a letto e spegne la luce.
Sul soffitto si inseguono le luci delle macchine

“Linea 36 orti”

Controlla nuovamente il telefono, il display gli dice che sono quasi le sette.

“Ho paura”

Lo ha detto suo padre subito prima che si salutassero ieri sera.

“Di cosa scusa? E’ tutto tranquillo no?”
“Ho paura lo stesso”
“Senti siamo cotti, sia io che la nonna, ci vediamo domani”

Un po’ di luce inizia a sbiadire oltre i palazzi e lui sente le palpebre appesantirsi leggermente

“Finalmente”

Il display si illumina di colpo e il telefono inizia a trillare, lui scatta a sedere e aspetta qualche secondo prima di premere il tasto della risposta che brilla sotto la scritta: “NUMERO PRIVATO”
Trattiene il fiato e aspetta ancora, poi si porta il telefono all’orecchio.
“Buongiorno parlo con Luca Monari?”
“Si sono io”
“Siamo spiacenti di informarla che suo padre è deceduto questa mattina alle 6 e 15 minuti”
“Ho capito, grazie”

Riaggancia nuovamente sveglio.

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.9 Uomini Codardi

6 settembre 2011 § Lascia un commento

Vivo a Bologna, una città che nonostante tutto significa ancora molto nell’immaginario politico di tanti.

Una città che si vanta di avere una storia fatta di grande attenzione alle persone e che per un lungo periodo è stata un modello sociale importante e riconosciuto anche al di fuori del suo spazio nazionale o locale.
Eppure anche qui, se non addirittura soprattutto qui, è difficile vivere una dimensione in cui l’essere maschio non sia una condizione privilegiata e prevaricante.

A marzo del 2011, con alcuni altri uomini abbiamo lanciato un appello agli uomini della città, appello presente anche su questo sito.
Ne è seguita una riunione molto partecipata che sembrava porre delle buone basi per una discussione sul maschile.
Certo si viaggiava nei tempi, ormai storici per i ritmi impostici dal mondo dell’informazione, diBUNGA BUNGA e scandali sessuali, tuttavia aveva lasciato spazio a molte speranze e ci aveva caricato di non poco ottimismo.
Sentimento andato presto deluso, visto che già dal secondo incontro soltanto sei persone si sono presentate facendo poi naufragare la cosa. Perché parto da qui?

Perché credo che uno dei problemi di una messa in discussione del ruolo dell’essere uomo si possa riscontrare anche in questo. L’attivarsi solo e unicamente per presenzialismo e necessità di dimostrare qualche cosa. Credo ci sia un meccanismo, comune alla politica in generale o all’ambiente pseudo politico, principalmente maschile che consiste nel sentirsi appagati nel dimostrare interesse verso un tema per poi abbandonarlo non appena si ottiene la medaglietta del riconoscimento e della presenza.

Forse dovremmo partire anche da qui, trovare un modo per far si che questo metodo venga rotto e sipassi dalla presenzialismo alla consapevolezza del tema di genere e della nostra critica su noi stessi.Dico nostra come uomo ovviamente, ma penso che su altre tematiche potrebbe essere trasversale.

Forse il punto sta nella non consapevolezza dell’essere parte del problema, nella pacata beatitudine di chi pensa di poter guardare da fuori e cercare di risolvere un problema di altri, in un atteggiamento molto vicino a quello del buon padre che aiuta il bambino nei compiti per poi, appena risolto il problema sul quaderno,  disinteressarsi del resto della sua vita.

Quella che dovrebbe essere stimolata secondo me è una visione di quanto il mondo patriarcale sia svilente,  anche in termini virili, per gli uomini stessi. Un mondo che è talmente spaventato da una sua parte da volerla rinchiudere in un ruolo di oggetto quando non di schiavo è un mondo dominato non dalla sicurezza ma dalla paura.

Potremmo partire da qui, dall’evidenziare quanto sia codardo l’uomo che si sente esterno edifensore, quanto sia codardo non solo l’uomo violento ma anche l’uomo che si erge a difesa di quello che vuole rinchiudere nel problema di altri senza riconoscere quanto questo sia suo.

Partendo da qui, mi piacerebbe si potesse ragionare in una direzione che vada verso la distruzionenon solo dello stereotipo riguardante la donna oggetto, ma verso quello meno lampante, ma forse altrettanto dannoso dell’uomo nobile e consapevole, dell’uomo che dice “I care” per poi rientrare in una quotidianità assolutamente pregna di quel sistema che dice di voler sradicare.

.8 C.I.E.

28 agosto 2011 § Lascia un commento

C.I.E. centri di identificazione ed espulsione

Già il nome fa paura, sembra quasi un luogo adibito a merci più che a persone.

Una sigla che potrebbe rivolgersi ad un interporto o a qualche dogana.

Qui però vengo “stoccate” le persone.

Persone qualunque, non diverse da nessuno di noi, se non per la provenienza geografica.

Ognuna di loro ha una storia alle proprie spalle, fatta per lo più di paura e difficoltà, ognuna spera in una sua storia futura, come noi appunto.

Lo fanno anche le 35 donne del CIE di Bologna, che mercoledì 24 agosto hanno dato vita ad una protesta all’interno della struttura, perchè non capivano in che modo fosse possibile che, nonostante non si siano mai macchiate di nessun reato, l’Italia abbia deciso di prolungare la loro pena da 12 a 18 mesi, grazie al decreto legge Maroni.

E’ la disperazione che nel pomeriggio le ha fatte reagire ad una prigione ingiusta e priva di ogni diritto.

Vivono in cameroni, con pochi o nessuno spazio di intimità, salvo qualche doccia comune.

Dormono su letti di cemento in strutture senza nessun tipo di refrigerio, caldissime e opprimenti.

Vivono peggio dei detenuti, a cui il diritto delle visite almeno è concesso.

E’ difficile raccontare un luogo di questo tipo, perchè è difficile immaginarsi che in Italia possano esistere spazi simili.

Spazi in cui lo stato di diritto può essere acceso o spento come una lampadina, in cui l’essere madre non ti viene riconosciuto, così come si annulla la possibilità di essere figlio.

Una bambina di soli quattro anni infatti, aspetta da mesi di poter riabbracciare la madre rinchiusa, senza colpa, all’interno del CIE e ieri qualcuno ha detto alla donna che per almeno altri sei mesi non potrà uscire.

Sarebbe ora di dire basta, e chiedere che questi luoghi vengano chiusi e che a quelle donne e quegli uomini vengano liberati.

Bisogna dire basta non per bontà d’animo, ma per pudore. Perchè noi per fortuna o purtroppo siamo Italiani, e chi li rinchiude è l’Italia.

Articolo presente anche su www.donnepensanti.net

.7 Domanda

19 agosto 2011 § 2 commenti

Ma se fossi una donna?

Voglio dire cosa cambierebbe nella mia vita? Ci sarebbero dei comportamenti diversi nei miei confronti, eludendo anche da quelli prettamente legati alla sfera sessuale o alla sua rappresentazione?

Me lo sono chiesto qualche giorno fa, quando io e la mia compagna ci siamo trovati a parlare con la proprietaria dell’albergo in cui eravamo in ferie.

Non sto qui ad annoiarvi sulla motivazione della discussione, ma mi interessa porre l’accento sulla comunicazione non verbale che la signora ha messo in atto.

Premetto che stavamo parlando di un questione che riguardava principalmente la mia compagna e non me, eppure la signora si è rivolta a me per tutto il tempo della conversazione.

Guardava me negli occhi, si rivolgeva a me e per prima ha salutato me.

Perchè? E’ una domanda un po’ idiota me ne rendo conto, ma perchè dava per scontato che l’interlocutore fossi io?

Vorrei provare, da qui in avanti a far finta di essere una donna, almeno quando scrivo, raccontando le mie giornate cercando di mettermi nei panni dell’altro sesso. Non so se ci posso riuscire o se alla fine ne verrà fuori qualche cosa di più di qualche semplice post un po’ sconclusionato.

Ad ogni modo penso potrebbe essere un esercizio utile, un modo diverso di guardarsi intorno cercando di fare un passo in più oltre quel pizzico di ipocrisia fatta di galanterie e conferme di essere, che infarcisce ogni giornata.

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29 luglio 2011 § Lascia un commento

via verso l’infifico e oltre

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28 luglio 2011 § Lascia un commento

y. & Y.

Disegno di S.Prestopino

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25 luglio 2011 § Lascia un commento

LA PAZZA

La musica continuava da ore, ininterrotta.

Tutta la spiaggia ne era invasa, dai piccoli scogli su cui si infrangeva il mare, fino all’accenno di pineta che la divideva dalla statale che da Gallipoli arriva fino a Santa Maria di Leuca.
Con le torce e i ritmi dei tamburelli che rimbalzavano in quello spazio semichiuso, si poteva quasi pensare di essere in un  luogo senza tempo.

Lei Ballava.

La pelle tesa e rigida nei cerchi di legno degli strumenti si stava via via tingendo di rosso scuro, mentre anche i grossi calli dei suonatori cedevano e si spaccavano sui tre quarti della musica. Suonavano ansimanti ormai incapaci di cantare per accompagnare la pizzicata, la pazza da curare.

——

“Angelina tutto a posto?” sua madre batteva contro la porta con la mano aperta. Era una donna piccola piegata nelle forme da un lavoro lungo e troppo pesante per lei, di cui però non si era mai lamentata, nonostante il sudore e i suoi cinque figli.
Angelina però le era venuta su strana: bella, quasi troppo a dirla tutta e con una testa difficile, sempre presa dietro a sogni e voglie di partire.
L’aveva vista crescere e litigare con il padre su ogni scelta, urlare e strapparsi i capelli per studiare e per andare all’università e adesso per opporsi al matrimonio che da anni era lì pronto per lei.

“Si mamma tutto a posto, ora esco”
Era in piedi davanti allo specchio, le mani che scorrevano sull’abito nuziale che era stato di ogni donna della sua famiglia da troppe generazioni. Lo sentiva pesante sulla pelle nuda, fatto di una seta ruvida come la corda e pruriginosa come la lana mal cardata. Se lo tolse gettandolo sulla sedia, con un movimento carico di disprezzo a cui l’abito si ribellò graffiandole una spalla con uno degli innumerevoli ganci del corpetto.
“Ma vaffanculo”

Aprì la porta per fare entrare sua madre, che li guardò entrambi con rimprovero, come quando anni prima sgridava lei e i fratelli dopo una litigata.
“Perché non lo provi?”
“Lo ho provato e non mi piace”

La sera, a cena, il padre quasi non la guardò in faccia.
Mangiarono in un silenzio cupo, a lume di candela, doveva essere una festa, un saluto per lei da parte della sua famiglia, prima che… la vendessero le venne da pensare.
Per lei era una vendita, nulla di più, un contratto commerciale per assicurarsi non si sa quale futuro tornaconto e lei era la valuta di scambio.
Non è che Antonio fosse una brutta persona, o che non le piacesse, solo non poteva accettare che le fosse imposto, come era stato per sua madre o per sua nonna.
Finirono di cenare senza una parola se non per chiedere di passarsi l’acqua o il sale, poi aspettarono che suo padre si alzasse per primo come ogni sera.
Stettero lì per quasi due ore con gli avanzi freddi nei piatti e il gatto che raspava alla porta per entrare in casa, poi Angelina non ce la fece più, si alzò e uscì di casa senza una parola, non ascoltando le grida di suo padre che la rincorrevano.

—-

La musica le arrivò alle orecchie dopo quasi due ore che camminava lungo la spiaggia.
Attraverso una stretta fila di pini che chiudevano, lo sapeva, una piccola baia oltre cui c’erano solo gli scogli e il rumore del mare e del vento.
Gli uomini stavano suonando per una donna, una soltanto, che danzava in cerchio su una sabbia schiacciata e resa compatta dai suoi piedi e dal suo sudore.
Alla luce delle torce sembrava una strega impiegata in un sabba, il corpo pieno rimbalzava ad ogni salto, mentre le mani alzavano la gonna a mostrare le caviglie tese come spade.

Si avvicinò guardandola ballare, poi piano piano sentì qualche cosa sciogliersi in una sensazione quasi fisica di dolore.
Iniziò anche lei a seguire la musica, prima fuori dal cerchio formato dagli uomini, poi via via sempre più vicino fino a che non si lanciò al centro.
L’altra donna le fece spazio con naturalezza, accogliendola nella sua danza.

Ballarono insieme per ore, ognuna sul metro della propria rabbia o dolore, senza conoscersi.
Ballavano e urlavano con i capelli carichi di sudore che diventavano fruste e lasciavano segni rossi sulla pelle.

Ballavano e urlavano.